In questo periodo denso di difficoltà e di contrapposizioni sociali, un aspetto sembra prosperare in modo rilevante nella vita collettiva delle persone: Il conflitto. Lo scambio comunicativo risulta essere il motore che anima l’attuale modello sociale, ma paradossalmente mai come oggi la difficoltà a comprendere l’altro è stata così esacerbata da polemiche, scontri verbali e non solo, un atteggiamento portatore di un’energia intensamente distruttiva.
Prima di approfondire questo aspetto, è opportuno però comprendere alcuni meccanismi che sono alla base del conflitto comunicativo. Ogni individuo ha delle convinzioni, dei valori, che sono generati dall’ambiente in cui vive, dal tipo di cultura, dalle esperienze personali, che influenzano costantemente le sue scelte, i suoi comportamenti. Ogni qualvolta tali regole per lui sottintese, non vengono rispettate, ecco che la reazione sarà una risposta conflittuale. Per una persona che ha ad esempio la puntualità come valore preminente, il ritardo dell’altro viene vissuto, per un radicato processo identificativo, come un grave sgarbo personale, un’indicazione evidente di mancato rispetto.
Se teniamo presente che ogni individuo è il prodotto di molteplici valori, è facile immaginare la quantità di pretesti conflittuali che ne potrebbero scaturire ogni volta.
Ma a questo primo elemento vanno aggiunti altri fattori di grande rilevanza. Appare sempre più evidente la necessità imperativa per molti di dimostrare di avere perennemente ragione. Anche nei casi più conclamati riferiti a errori commessi, vengono attivati dalla persona funambolici escamotage di natura psicologica, tesi a giustificare le proprie azioni, nel tentativo di uscire dal diverbio comunque in maniera pulita, potendo infine dichiarare: “In effetti non vi fu vero errore”.
Il bisogno di risultare vincenti in una disputa verbale o il tentativo di far passare come accettabile unicamente il proprio punto di vista, ha come messaggio sotteso quello di dimostrarsi meritevoli di un premio a lungo bramato: la considerazione, il rispetto, l’ammirazione degli altri.
Malgrado il comportamento esibito sia spesso di autoesaltazione riferita ad una personale visione delle cose, esiste anche un’altro aspetto che si esprime tramite una persistente lamentazione per le disgrazie subite (voler mostrare di possedere una strabiliante forza stoica nel resistere alle prove, meritevole quindi di aiuto e attenzione da parte degli altri).
Tutti questi elementi sono in realtà il sintomo di una percezione molto negativa di sé, anche se non palesata coscientemente. Ecco che allora la dimostrazione nell’aver ragione fornita coattivamente dall’altro, diventa un meccanismo fondamentale nel cancellare, almeno per qualche istante, il disagio presente stabilmente nell’inconscio nel non sentirsi veramente degni dell’altrui considerazione.
Ma come affermavamo all’inizio, gli scontri verbali espressi in questo periodo storico, sono portatori di una inasprita energia demolitrice. Il più delle volte non si è minimamente interessati agli argomenti esposti dall’interlocutore, si scatena invece un’incontrollabile impulso punitivo. Non è sufficiente infatti dimostrare di avere ragione, si ha la necessità patologica in certe situazioni di stravincere, ovvero di annientare l’altro. Perché?
I motivi scatenanti sono complessi e assai diversificati e hanno le loro radici in fenomeni di carattere socioeconomico e di costume, derivati da modelli psicologici disfunzionali. Potremmo comunque accennare brevemente che questa ondata di rabbia, di azione demolitrice fortemente autodistruttiva, ha le sue radici in una sensazione di sconcerto, di profonda delusione (seppur solo parzialmente cosciente).
Molte persone hanno ritenuto che fosse possibile raggiungere una facile dimensione felice, perseguendo unicamente valori socialmente identificati (soldi, successo, riconoscimento, etc.), immersi in una confusa, illusoria ebbrezza egoica.
Ma non di rado l’effetto finale dei numerosi sforzi e tentativi, si risolve in un senso di frustrazione, uno scontento, una recondita insoddisfazione che deriva da un girare a vuoto come una trottola, senza essere forniti di una meta qualitativamente apprezzabile. Ecco che a quel punto potrebbe scattare il bisogno di rivalsa…
E’ arrivato il momento di ascoltare una nota storia zen sul significato dell’inferno e del paradiso.
Un volta un famoso samurai, andò da un maestro zen e gli chiese: “Esiste l’inferno? Esiste il paradiso? E se esistono, come funzionano?“.
Di fronte a queste domande, il maestro zen gli chiese: “E tu chi sei?”. Con molta fierezza il guerriero rispose: “Io sono un samurai”. Il maestro zen lo schernì dicendo: “Tu, un samurai? Sembri piuttosto un mendicante!”.
Il samurai si sentì ferito nel suo orgoglio e reagì prontamente. Dimenticando il motivo per cui era andato lì, sfoderò la spada pronto a uccidere.
A quel punto il maestro affermò: “Ecco, questo è l’inferno”.
Il samurai comprese immediatamente il messaggio e rinfoderò con calma la spada.
Il maestro disse con dolcezza: “E questo invece è il paradiso”.
In che modo si può gestire il conflitto? Esistono modalità diverse e più efficaci di comunicare? Nel prossimo articolo saranno descritte opportune e tempestive soluzioni da adottare.
Se ne avete voglia, potete intanto provare a mettere in pratica le sobrie affermazioni di questo antico proverbio cinese:
Concediti un attimo di tranquillità e comprenderai
quanto il tuo agitarti sia inutile.
Impara a rimanere in silenzio e ti accorgerai
di aver parlato troppo.
Sii gentile e ti renderai conto
di aver giudicato gli altri con eccessiva severità.
Antico Proverbio Cinese
A presto,
Marius
