Parliamo finalmente di felicità, un argomento che ha generato nel corso del tempo una vasta produzione letteraria, proponendo molteplici modi per ottenere la ambita soluzione. Bisogna riconoscere però che i risultati tangibili, sono stati alquanto limitati. Tra le diverse motivazioni per spiegare un così diffuso insuccesso, una sembra caratterizzarsi in modo particolare, questa: Quasi certamente il concetto in questione non è stato pienamente compreso o verosimilmente è stato male interpretato.
Ciò non deve sorprendere, perché questa situazione accade più spesso di quanto si è portati a credere. Del resto come è stato sottolineato molte volte dalla saggezza dei maestri, in che modo possiamo ottenere qualcosa che riteniamo importante, se non ne conosciamo la sua profonda e autentica natura?
E’ interessante notare come la ricerca della felicità sia l’aspetto che accomuna concretamente tutto il genere umano nel suo tentativo di raggiungere l’ambizioso risultato.
Per chiarire però la difficoltà insita nella ricerca, va sottolineato che l’infelicità non è ad esempio l’esatto contrario della felicità. Il motivo risulta evidente quando riconosciamo che la felicità è essenzialmente uno stato dell’essere, ovvero una condizione che scaturisce dalla profondità del nostro animo, dal nostro modo di percepire e interpretare le situazioni, un particolare sentire. Le persone felici in genere sono essenzialmente aperte e disponibili verso il mondo. Potremmo definire la felicità una sensazione associata al piacere di sentirsi vivi. Non viene quindi data una peculiare rilevanza al tipo di eventi esteriori che accadono, positivi o meno che siano, come vedremo meglio più avanti.
Osserviamo ora con maggiore specificità come si attuano le basi dell’infelicità. Sappiamo per esperienza, che gli episodi piacevoli, gratificanti, tendono a svanire piuttosto rapidamente, creando subito dopo una condizione di noia, delusione, irrequietezza, ecco che ne consegue la ricerca di qualcosa di nuovo, che provoca necessariamente ulteriori future attese. Tale comportamento nasce spesso da costanti confronti e paragoni fatti dalla nostra mente (ad esempio tra ciò che viviamo in quel momento e il passato). A volte il tentativo di appagare tali bisogni, può portare in particolari condizioni, a una pressione emotiva insostenibile.
La psicologia ha indagato a lungo su questi meccanismi, la comparsa di una potenziale opportunità, la ricerca di stimoli insoliti (desiderio, piacere, novità), scaturiscono principalmente dalla costante insoddisfazione su quello che si vive nella situazione attuale. Questo procedimento è ben conosciuto e abilmente padroneggiano dai produttori di pubblicità. Infatti il click micidiale che scatta nella nostra mente, ripetendosi come un loop infinito, è che il risultato migliore, la soddisfazione più grande sarà sempre quella che arriverà in seguito (a questo proposito, basta ricordare, l’impulso coercitivo che si ha nel gioco d’azzardo). Questa è la grande trappola, ciò che bramiamo è collocato puntualmente in un tempo futuro, fuori quindi dalla nostra attuale portata. Il desiderio si trasforma allora in fantasticheria, perché non possiamo in nessun caso staccarci da ciò che accade nel qui e ora. In altre parole l’inadeguato presente viene tollerato grazie all’illusione di un migliore compimento futuro.
Questo modo di pensare potrebbe apparire tutto sommato accettabile o addirittura quasi piacevole. Ma cosa succede quando questa schema diventa un modus vivendi ricorrente, una caratteristica abituale? Otteniamo solo frustrazione, avvilimento, delusione e dopo il loop dell’illusione ricomincia di nuovo.
E’ esattamente il medesimo perverso condizionamento che costringe i cani da corsa nei cinodromi, a inseguire disperatamente una lepre meccanica, che non raggiungeranno mai.
Cosa è possibile fare allora per cambiare questo stato di cose? Il primo passo da effettuare probabilmente è correggere alcune abitudini mentali assai negative. E’ indispensabile impegnarsi a rimuovere le emozioni tossiche come la rabbia, l’invidia, l’odio, l’avidità, la depressione, presenze divenute ormai costanti nella nostra vita, che con il tempo diventano suggestioni dominanti.
Per cambiare tutto questo, bisogna sospendere la sollecitazione incessante sulla nostra mente ormai estenuata, occorre coltivare pazientemente una condotta che esprima quiete, equilibrio e una consolidata serenità.
Tale comportamento lo si può ottenere, abituandosi ad accogliere benevolmente qualsiasi cosa il momento presente ci offre. Questo diventa possibile quando riusciamo ad apprezzare e a provare gratitudine per ciò che già abbiamo.
Quando ad esempio la nostra attenzione si concentra stabilmente sulle situazioni che accadono momento per momento, iniziamo a ridimensionare l’enorme produzione di pensieri (circa 60-80000 al giorno!), che a causa della capricciosa gestione del nostro ego, si rivelano quasi interamente inutili, ripetitivi e assillanti.
Sempre su questo filone, si è notato che le persone che tendono ad essere egocentriche, ovvero concentrate esclusivamente sui loro problemi, bisogni, hanno maggiori difficoltà a provare un’effettiva soddisfazione o ad essere felici, rispetto a quelli che hanno invece sviluppato un atteggiamento più altruistico, capace di esprimere sensibilità e attenzione anche alle esigenze del prossimo.
Valutando tutto quello che fin qui è emerso, risulta decisivo impegnarsi a trasformare per prima cosa il nostro atteggiamento mentale abituale.
Un modello di pensiero in questo senso molto interessante, parte dal presupposto che tutte le cose che ci accadono sono in realtà le migliori che possono capitarci. Questo perché l’universo nella sua straordinaria saggezza, provvede a fornirci le esperienze più utili per il nostro processo evolutivo, anche se al momento noi fatichiamo a coglierle. Accettando pienamente questa visione a prima vista sconcertante, essa può produrre una grande trasformazione, uno stato di benefico distacco e di serenità. Questo accade perché in sostanza, non opponiamo più un’inconscia resistenza agli eventi (ciò che resiste persiste), ponendo gradualmente fine agli innumerevoli conflitti interiori. Ogni evento viene percepito in un contesto più ampio, che manifesta infine una sua intrinseca perfezione, così per come è.
Tentare di sperimentare tutto questo, potrebbe offrire forse inattese conseguenze…
Ci sarebbero ovviamente, molte altre cose da dire, ma possiamo concludere queste riflessioni con le illuminanti parole di Herman Hesse nella sua splendida poesia dal titolo Felicità:
Fin quando dai la caccia alla felicità,
non sei maturo per essere felice,
anche se quello che più ami è già tuo.
Fin quando ti lamenti del perduto
ed hai solo mete e nessuna quiete,
non conosci ancora cos’è pace.
Solo quando rinunci ad ogni desiderio
e non conosci né meta né brama
e non chiami per nome la felicità,
Allora le onde dell’accadere non ti raggiungono più
e il tuo cuore e la tua anima hanno pace.
Hermann Hesse
Un abbraccio di felice consapevolezza
Mario Carulli
