
Disorientamento, timore, frustrazione, ansia, agitazione, sono alcune delle sensazioni che molte persone in questi mesi si sono ritrovate a vivere, spesso quotidianamente. Ma al contrario di quanto si possa pensare, tali effetti stressogeni non sono il frutto diretto dell’emergenza sanitaria, piuttosto quest’ultima sembra aver prodotto una sorta di innesco, portando in superficie le innumerevoli contraddizioni che il modello sociale imperante ha covato e messo in risalto in questi anni. Anni, è bene sottolinearlo, in cui la dottrina edonista, il culto insistente verso la propria immagine sociale, la ricerca esasperata del consenso, manifestato da un esacerbato egotismo, hanno distorto e snaturato i significati più profondi del vivere collettivo, come quelli dell’accettazione e rispetto reciproco, della reale condivisione e solidarietà.
Uno degli esempi più palesi del fenomeno di deriva comportamentale, ci viene offerto inaspettatamente dalla disintegrazione delle relazioni affettive. Le relazioni di coppia si sono trasformate di fatto in un grande bluff. Un involucro svuotato, capace ormai solo di una fascinazione formale, esteriore, superficiale, ma depauperato da ogni autentico contenuto espressivo, banalizzato nella sua progettualità di crescita ed evoluzione comune, nutrito esclusivamente da atteggiamenti autoreferenziali, guidato da interessi strumentali, dove le persone sono concentrate in modo infantile esclusivamente sui loro bisogni egoici, come abbiamo detto precedentemente.
Un elemento che in questo periodo accomuna, paradossalmente, la situazione pandemica alla crisi relazionale, è dettato dal medesimo desiderio di un nostalgico ritorno ad un’epoca antecedente al contesto attuale, dove ruoli, regole e comportamenti predefiniti, rassicuravano in apparenza gli animi sul corretto modo di procedere. Osservando però con maggiore obiettività quell’epoca, viene da pensare più al concetto di “vita di quieta disperazione” acutamente descritta dal poeta Henry David Thoreau. Questo atteggiamento si collega in realtà alla nota e diffusa convinzione psicologica limitante, che suggerisce che ciò che viene percepito come conosciuto, seppur negativo, appare comunque assai meno pericoloso e quindi apparentemente più affidabile, di ciò che invece risulta sconosciuto.
Ma tornando al radicato disagio, citato inizialmente, quale può essere una motivazione sottesa, più profonda? Non possiamo dimenticare infatti che la situazione attuale ha generato un proliferare di desolanti effetti collaterali, come i numerosi casi di femminicidio, l’aumento vertiginoso del consumo pornografico, una crescita esponenziale di devianza psicosociale (isolamento, comportamenti borderline, intensificazione delle risposte aggressive, di violenza gratuita etc.).
Una delle cause scatenanti dell’ondata di mal-essere attuale, nasce sorprendentemente dalla sensazione di una accresciuta incertezza. La mancanza di sicurezze (fisiche psicologiche, ambientali), pervade in effetti ogni aspetto della società odierna. Partendo dal presupposto di un modello sociale che ha cercato in tutti i modi di fornire ripetute e illusorie promesse rassicuranti, fallendo miseramente in ogni ambito. Ad esempio le tre strutture istituzionali preposte al meccanismo di stabilizzazione e supporto, ovvero la politica, la scienza e la religione, hanno mostrato straordinarie pecche, carenze e risposte inadeguate nei loro specifici settori. Per molte persone, la spiacevole sensazione che prevale al momento è che non vi sia nessuno di veramente abile nel saper guidare tale situazione.
Si potrebbe far notare che ogni epoca ha portato sempre con sé grandi livelli di incertezza sulle capacità di sviluppare una società più armonica ed equilibrata. Ma il maggior difetto di questo periodo storico è legato in particolare ad una formidabile omologazione di massa, ad una pervasiva e diffusa passività indotta. L’individuo è disabituato ad autogestirsi, ad avere una effettiva autonomia di pensiero e di scelte decisionali, mal sopporta quindi l’insicurezza, il rischio, la difficoltà, il disagio per l’incerto divenire, al fine di ottenere un più alto bene personale e collettivo.
Eppure se si riflette con maggiore lucidità, si può notare che la natura (come l’universo stesso), ha come caratteristica peculiare quella di essere in continuo mutamento, in una trasformazione in senso evolutivo. Gli umani, avendo perso il contatto con il proprio sé più profondo, che propone un agire di innata saggezza, cercano di compensare lo squilibrio applicando il principio dell’accumulo e della conservazione, questo dà loro l’impressione di una momentanea, illusoria rassicurante protezione.
Una risposta difforme, rispetto al caos degli impulsi indistinti, arriva da Osho quando parla dell’insicurezza come una parte intrinseca della vita. Afferma infatti: “In questo modo la vostra vita diventerà libera e sarà un susseguirsi di sorprese. Non puoi sapere cosa ti accadrà, vivrai in uno stato di costante meraviglia. Non chiamarla incertezza, chiamala meraviglia. Non chiamarla incertezza chiamala libertà”.
Diverse altre considerazioni dovrebbero aggiungersi, che esporremo prossimamente, concludiamo invece il discorso con una storiella fulminante, raccontata dall’impareggiabile Jodorowsky:
Due monaci pregano senza sosta, uno è corrucciato, l’altro sorride. Il primo domanda: “Com’è possibile che io viva nell’angoscia e tu nella gioia se entrambi preghiamo per lo stesso numero di ore?” L’altro risponde: “Perché tu preghi sempre per chiedere e io prego solo per ringraziare.”
Chi vuol esser lieto, sia:
del doman non v’è certezza. (Lorenzo de’ Medici)
Mario Carulli
