Quando non riusciamo a gestire adeguatamente una determinata situazione della nostra vita, con molta probabilità andiamo incontro a delle critiche. Tra le diverse valutazioni negative, emerge puntualmente anche quella di non essere stati abbastanza esperti nel gestire quella circostanza. Del resto ci viene ripetuto continuamente che più si è ferrati sulla materia migliori saranno le soluzioni, perché si eviteranno grossolani errori, dettati appunto dell’inesperienza. Del resto questo principio viene applicato in ogni ambito umano, dal settore lavorativo, a quello economico, relazionale, nelle scelte esistenziali etc.
Ma è proprio così?
Le cose in realtà sono un po’ più complesse, cerchiamo di capire intanto perché l’esperienza utilizzata come criterio dominante, spesso non risulta sufficiente e come possiamo favorire invece nuove risposte attraverso alternative efficaci.
Per capire i limiti del dell’esperienza così come la conosciamo, possiamo partire da un esempio eclatante, mi riferisco alla comunicazione con gli altri. Da quando nasciamo, interagiamo costantemente con il mondo circostante e non smettiamo più di farlo per il resto della nostra vita. Eppure gli equivoci, gli errori di valutazione sui comportamenti altrui, le incomprensioni, i fraintendimenti, le risposte inadeguate, sono continue in questo campo. Scorrono i decenni di ininterrotta esperienza, ma la qualità dei risultati rimane costante nella sua mediocrità. Perché?
Per comprendere più in profondità ciò che stiamo affermando, scegliamo un altro esempio, tra gli innumerevoli a disposizione: Guidare una macchina. Anche qui l’esperienza accumulata in termini di ore di guida da ogni automobilista è enorme, eppure gli incidenti stradali dovuti a incapacità, approssimazione, incompetenza, distrazione, sono persistenti, appunto e non accennano a diminuire.
Ecco una prima sconcertante constatazione, l’esperienza immagazzinata da un essere umano, non corrisponde a quella effettivamente vissuta. In altri termini, quando una persona ad esempio impara a guidare, il suo progresso cresce gradualmente nei primi mesi, ma arriva un momento in cui egli ha la sensazione (soggettivamente), di avere una quantità sufficiente di informazioni. A quel punto interrompe di fatto l’assiduo impegno e l’attenzione dagli ulteriori errori e manchevolezze, che continua a commettere. Non registra più le indicazioni esterne, a volte espresse in forma sottile e indiretta, che potrebbero aiutarlo a migliorare la qualità della sua guida, ma applica (inconsapevolmente), lo schema incompleto e limitato che ha appreso. Ecco perché dopo molti anni di guida, l’automobilista ha una capacità effettiva corrispondente a quella dei primi mesi di apprendimento.
La cosa che dovrebbe far riflettere, è che tale modus operandi viene impiegato in ogni campo delle applicazioni umane. Questi comportamenti sono solo parzialmente conosciuti dalla persona, che avverte comunque un certo disagio. A questo punto interviene in soccorso l’aspetto egoico, pronto a celare i propri errori e le vistose carenze, spostando abilmente l’attenzione sui difetti e le pecche altrui. Il risultato è una perenne giustificazione che gli permette di non dover modificare le sue azioni inadeguate.
Un altro aspetto limitante è legato a ciò che le esperienze ci trasmettono. Quando sperimentiamo risposte che possono essere spiacevoli o traumatiche, può accadere spesso che generalizziamo quel vissuto, decidendo di non essere più disponibili ad aprirci a quel tipo di esperienza nel timore di soffrire ancora, come ad esempio accade frequentemente nelle situazioni di tipo sentimentale.
Infine le esperienze possono falsare a volte la nostra visione delle cose, facendoci credere che le risposte rientreranno sempre nella medesima tipologia (piacevole o spiacevole che sia), rafforzando la convinzione che gli eventi si muovono sempre rispetto ad uno schema già definito.
Bene è arrivato il momento di ascoltare una piacevole storiella di Antony del Mello, a proposito degli effetti che possono essere generati da alcuni comportamenti.
Quando il guru si sedeva per le funzioni religiose, ogni sera arrivava il gatto del santuario e distraeva i fedeli. Così egli ordinò che durante le funzioni serali il gatto venisse legato.
Molto tempo dopo la morte del guru, si continuava a legare il gatto durante le funzioni serali. E quando alla fine il gatto morì, venne portato al santuario un altro gatto, affinché fosse debitamente legato durante le funzioni serali.
Secoli dopo i discepoli del guru, scrissero dotti trattati sul ruolo essenziale di un gatto in ogni funzione correttamente condotta.
Domanda: Come possiamo trasformare queste formidabili carenze e limitazioni legate al concetto dell’esperienza? Il prossimo imperdibile post vi rivelerà dei modi e dei comportamenti insoliti, ma sorprendenti, che vi permetteranno di…
“Non vi è alcun passato che sia lecito rimpiangere, vi è solo un’eterna novità”.
J. W. Goethe
Apprezzo il vostro modo interessarvi, riservato ma autentico. Grazie
Marius
