Un aspetto curioso del modello culturale contemporaneo, è legato alle soluzioni. Quando si presenta un problema ecco palesarsi subito una specifica soluzione. Attenzione, ho detto soluzione non soluzioni. Già, perché nella nostra società strutturata attraverso risposte inchiodate, costruite da potenti schemi a forma di quiz, da cliché e false certezze composte da verità preconfezionate, la risposta che ne scaturisce è inevitabilmente univoca! Peccato che nella realtà dei fatti le cose non stiano esattamente così. Per comprendere meglio ciò che sto affermando, partiamo da un’allegoria presa in prestito dalla tradizione Sufi.
Alcuni amici una notte incontrano Nasruddin che cammina carponi sotto un lampione. “Cosa stai cercando?” gli chiedono. “Ho perduto la mia chiave di casa”, risponde. Tutti si chinano per aiutarlo. Dopo una ricerca infruttuosa, uno di loro pensa di chiedere dove ha perduto la chiave. “A casa”, risponde Nasruddin.“Ma allora perché la stai cercando sotto questo lampione?” “Perché qui c’è più luce”, replica Nasruddin.
La prima ovvia risposta al significato della storia, ci segnala il controsenso nel cercare qualcosa in un luogo diverso da dove l’oggetto è stato perduto. Scopriamo così che la scelta è dettata unicamente da condizioni che appaiono più favorevoli (la presenza della luce).
Ma se proseguiamo nella nostra indagine, notiamo che si palesa una nuova risposta: “Bisogna cercare dove c’è la luce, poiché l’oscurità in effetti rappresenta la minaccia”. Per qualcuno questa risposta potrebbe suonare familiare (?), perché più pertinente della prima, per motivi forse facilmente intuibili.
Ma andando avanti nella scoperta di nuove risposte, scopriamo a questo punto un ulteriore punto di vista che asserisce: “Cercare è la chiave”. Identifichiamo in altre parole, che la chiave è solo un pretesto che si prefigge un’attività di ricerca che segue invece una sua precisa logica.
Non ancora soddisfatti facciamo un ulteriore passo, osservando la cosa da un’inedita prospettiva, per descriverla mi servirò di un’altra piccola storia Sufi.
Un mussulmano viene messo in prigione per un crimine non commesso. Un amico va a trovarlo e gli porta di nascosto un tappetino per le preghiere quotidiane. Per un certo periodo il tappetino non viene usato, successivamente però il prigioniero decide di adoperarlo. Mentre recita le sue quotidiane preghiere comincia a notare i delicati ed intricati motivi decorativi. Un giorno osservando meglio un disegno interessante nel tappetino, scopre che è un diagramma del meccanismo interno della serratura della sua cella. Decide di agire, forza la serratura ed è finalmente libero.
Da quest’ultima metafora cogliamo la riflessione che “osservare è davvero la chiave”. Ma l’ostacolo principale in questo caso è dato spesso dalla difficoltà che hanno numerose persone nel guardarsi dentro, a sintonizzarsi con la parte profonda del sé. Il motivo probabilmente deriva dalla disabitudine o perché si è convinti che la soluzione debba sopraggiungere necessariamente dall’esterno.
Se riusciamo a calarci nel momento presente, il qui e ora (argomento che tratteremo nei prossimi post), è possibile diventare più responsivi, imparando gradualmente ad osservare ciò che emerge dal nostro essere. Come nella storia dell’uomo in prigione, molte volte tutto ciò di cui abbiamo bisogno è davanti a noi, si tratta solo di riuscire a coglierlo.
Ma tornando al quesito iniziale, perché la risposta univoca si pone di fatto come un elemento limitativo e disfunzionale?
Qui ci viene in soccorso la Cibernetica (una branca che studia i fenomeni e le interrelazioni tra i sistemi naturali e quelli artificiali, applicate ai settori dell’autoregolazione e della comunicazione). Essa asserisce nella sua nota Legge della varietà necessaria, che in una qualsiasi circostanza, quando tutti gli altri fattori si rivelano uguali, l’individuo che è in grado di avere la più ampia gamma di comportamenti, sarà colui che è in grado di gestire e controllare quella situazione. Per usufruire quindi della varietà necessaria nei diversi contesti che affrontiamo, occorre avere fondamentalmente due caratteristiche: consapevolezza e flessibilità. Se quello che state facendo non funziona, bisogna esserne tempestivamente consapevoli, sospendendo quel tipo di azione. Se esistono molteplici opzioni di scelta nella nostra mappa mentale, variando la risposta, abbiamo un’alta possibilità di fornire riscontri più adeguati alle situazioni che ci accadono.
Emerge però a questo punto un enorme imprevisto ostacolo, che come potete immaginare, esamineremo nel prossimo imperdibile post.
“Non ci si illumina immaginando figure di luce, ma rendendo conscia l’oscurità”. Carl G. Jung
ATTENZIONE: Prima della prossima pubblicazione, uscirà per il giorno di Ferragosto uno special post, che non tratterà gli usuali temi, ma qualcosa di profondamente diverso…
Vi ringrazio per la vostra curiosità e attenzione, buon allenamento.
Marius
