Cosa accadrebbe se ciò che abbiamo ritenuto finora piacevole, positivo per noi, risultasse in realtà carente, incompleto?
Ripartiamo da una riflessione finale che abbiamo elaborato nel post precedente, lo ricordate? “Alzate leggermente lo sguardo in cima alla pagina e osservate la foto (l’immagine della barca a vela sul mare, ndr). Supponiamo per un momento che la barca rappresenti la vostra persona, il vostro mondo. La scena fotografata raffigura invece come dovrebbe essere la vostra esistenza se fosse splendida. Ora probabilmente nel processo di continua trasformazione evolutiva dell’universo, vivremo sicuramente per qualche istante, anche quel tipo di situazione. Ma per la maggior parte del tempo gli eventi saranno mutevoli, discontinui, come risponderemo alle ricorrenti “sorprese” della vita? Lamentandoci per ciò che sembra mancarci e sognando di poter rifugiarci in quel tipo di rappresentazione? “.
Quando le persone devono raccontare gli eventi della loro vita, danno spazio principalmente agli aspetti spiacevoli, che almeno in apparenza, emergono come statisticamente più numerosi di quelli piacevoli. I francesi definiscono questo modo di sentire cahiers de doléance (memoriali di lamentazione, di rivendicazione, ndr). Sono veramente numerosi coloro che si lanciano in lunghe spiegazioni dettagliate di tutte le nefandezze che hanno dovuto subire da parte di qualcuno o a causa di sfortunati eventi. La descrizione che ne fanno, risulta essere in genere molto ricca e dettagliata, satura di sfumature emotive.
Al contrario, quando si parla della dimensione del piacere, sia essa sognata, come abbiamo visto nel precedente post con l’immagine della barca, o effettivamente vissuta, l’esposizione che ne consegue è più limitata, ma soprattutto… statica. L’aspetto piacevole in altre parole, viene raffigurato più similmente a un quadro, ogni forma della rappresentazione non sopporta grandi variazioni o modifiche, pena la perdita della sensazione di soddisfacimento.
In altri casi la richiesta del piacere viene manifestata solitamente come desiderio dell’assenza del dolore (non voglio…), l’esito che implica si esprime di solito in una perdita di emozionalità positiva. Tali percezioni infatti, si ritrovano a galleggiare nel mare magnum di una velata mestizia.
E’ opportuno rammentare a questo proposito, che il principio della negazione di qualcosa, qualsiasi essa sia, non può mai generare frutti proficui.
Bene stiamo arrivando al punto nodale del discorso, inseriamo un piccolo ma decisivo colpo di scena. Probabilmente quelli più attenti tra voi avranno notato che i due immaginari elenchi, quello cioè del dolore e quello del piacere, messi a confronto rivelano un evidente sbilanciamento. In altre parole il malessere può esprimersi in migliaia di sfumature e variazioni diverse, mentre il benessere è solitamente rappresentato in forma monodimensionale e con possibilità di modifiche assai limitate.
Capite? Il problema della frustrazione e inquietudine esistenziale non è una diretta emanazione, come si potrebbe supporre, dell’intensità della sofferenza, ma principalmente di uno squilibrio delle parti (approfondiremo il tema della sofferenza in un’altra occasione). Inoltre il contrario del dolore non può essere banalmente l’assenza del dolore. Sarebbe opportuno quindi imparare a scoprire e apprezzare le innumerevoli sfumature in cui il piacere al pari dell’afflizione, può esprimersi con le sue diverse gradazioni, in ogni occasione.
Questo perché in un universo duale come il nostro, gli elementi opposti (come ad esempio buio e luce) devono porsi come forze equivalenti, secondo il noto principio dello Yin e dello Yang. Quando uno dei due prevale costantemente, ciò produce un formidabile squilibrio esistenziale che permane, ma può essere sciolto in questo contesto solo attraverso una nuova concezione del piacere, che scaturisca tramite un apprezzamento delle continue, straordinarie opportunità che la vita ci offre in ogni momento.
Ma come possiamo scoprire i diversi aspetti di questa nuova visione?
Sapete, questo mi ricorda una certa storia (collegata alla tradizione Sufi), su una chiave, che vi narrerò prestissimo, anzi in un battito di post: il prossimo!
“Non è la risposta a illuminare, bensì la domanda” Eugene Ionescu
Vi ringrazio per la vostra gentile disponibilità, buone scoperte.
Marius
