Gli avvenimenti di questi ultimi mesi hanno portato alla ribalta un fattore di particolare rilevanza psicologica, un elemento conosciuto da millenni dagli esseri umani, che si sta manifestando in forma molto intensa in questo periodo, stiamo parlando del senso dell’attesa.
Cerchiamo di comprendere meglio a cosa facciamo riferimento. Se ad esempio ipotizziamo una certa situazione che è in fase di svolgimento nella nostra vita, possiamo notare che la mente in un batter di ciglia, ha già anticipato emotivamente, come di frequente accade , il risultato finale (ipotizzandone anche più d’uno).
La discrepanza che si crea tra l’esecuzione temporale effettiva dell’evento e il pensiero che presagisce l’esito finale, produce una specifica sensazione definita attesa.
Paradossalmente, Il senso dell’attesa in questa epoca è diventato uno degli aspetti sottilmente dominanti dell’esistenza umana, poiché la quotidianità viene modellata da ricorrenti circostanze in cui fioriscono continue aspettative su ciò che si verificherà dopo.
Lo scegliere di vivere in modo consapevole il momento presente è qualcosa che può apparire il più delle volte troppo impegnativo, la maggior parte delle persone preferisce poggiarsi sull’abitudine mentale di anticipare lo stato emotivo di ciò che accadrà successivamente, credendo in questo modo di attenuare l’impasse a volte sgradevole della realtà. Questo modo di fare può apparire comprensibile e accettabile, anzi normale.
Tale atteggiamento non tiene conto però di una serie di effetti “collaterali” che si sviluppano da questo tipo di condotta, determinando conseguenze nel lungo periodo, disastrose.
Quando non si è in grado di essere presenti nel qui e ora, la situazione può diventare emotivamente frustrante, ansiogena, perché le sensazioni spesse volte fantasticate che si vivono sul momento, vengono inconsapevolmente “proiettate” nei confronti di avvenimenti che devono ancora accadere.
Infatti frequentemente modelliamo l’esito di un evento futuro, trasformandolo in una fedele replica emotiva, di ciò che abbiamo già vissuto in passato. Questo meccanismo richiama il noto concetto che afferma: Ciò che resiste, persiste (ovvero la resistenza ai problemi percepiti, conduce a ulteriori occasioni di stress e sofferenza).
Ma per quale motivo è così difficile rimanere agganciati al presente?
Dobbiamo partire dal presupposto che la maggior parte delle persone crede ad una visione lineare del tempo, qualcosa che tende a seguire una specificità logica e sequenziale in graduale divenire. A questo va aggiunta la diffusa e profonda convinzione che alcuni momenti siano realmente importanti, speciali, rispetto a moltissimi altri considerati al contrario, irrilevanti. Con questa criterio i ricordi catalogati come fondamentali nell’arco di una vita, si traducono ad un numero estremamente modesto. Questo atteggiamento favorisce pertanto interminabili momenti di standby, di prolungata, estenuante attesa, appunto.
Già, ma attesa di cosa?
Siamo sicuri che la vita possa essere ritenuta apprezzabile solo se accade ciò che noi desideriamo o bramiamo?
O non può invece risultare splendida per le continue e sorprendenti scoperte che essa ci elargisce ogni giorno se siamo disposti a vederle e a coglierle con occhi diversi?
Quando si scatena un temporale gli uccelli si riparano dalla pioggia appollaiandosi su un albero. Non aspettano ansiosamente la fine dell’acquazzone, vivono pienamente quel momento, senza preoccuparsi del dopo, mantenendo il medesimo atteggiamento che avevano poco prima, mentre svolazzavano spensierati nel cielo.
Se partiamo dall’osservazione dei molteplici fenomeni che avvengono in natura, essi ci suggeriscono una visione circolare del tempo e degli avvenimenti, attraverso le diverse fasi della nascita, sviluppo, maturazione, decadenza, per ricominciare con una nuova nascita e così via. In questo intersecarsi ricorrente di infinite fasi cicliche, ogni istante, ogni singolo istante ha la medesima importanza, perché lo scopo finale è la completa, prodigiosa manifestazione del tutto.
La domanda a questo punto è lecita: E’ possibile fare concretamente qualcosa, per non riprodurre più ulteriori situazioni di sofferenza generati dall’attesa?
Forse un primo fondamentale passo potrebbe essere quello di abbandonare l’assillante giudizio su ogni cosa, sviluppando invece un senso di costante gratitudine per la miriade di aspetti meravigliosi che ci vengono continuamente elargiti dalla vita e che a noi appaiono invece scontati.
Un autorevole suggerimento ci arriva poi da Eckhart Tolle, autore del celebre libro Il Potere di Adesso: ”Qualunque cosa contenga il presente, accettala come se l’avessi scelta tu stesso. Accettala e poi agisci. Lavora sempre a favore, non contro. Fai del tuo presente un amico, un alleato, non un nemico. Sarà questo a trasformare miracolosamente la tua vita.”
Se accettiamo di vivere pienamente ogni specifico momento, senza dover attivare sterilmente il pensiero compulsivo, possiamo percepire a poco a poco una magnifica leggerezza, una serenità e una pace di fondo, scoprendo che è sempre stata presente in noi, appartiene alla nostra natura.
Del resto questa è una caratteristica di cui è intessuto l’universo, luogo che qualcuno ha definito l’oceano dell’armonia universale.
“La vera generosità verso il futuro consiste nel donare tutto al presente” Albert Camus
Mario Carulli

One Reply to “Il senso dell’attesa”
Splendido viaggio dentro di noi in tua compagnia.