Nulla. Speravo in una breve premessa iniziale, un preambolo scritto in forma brillante e invece niente. Una certa parte di me era esasperata mentre si rivolgeva all’altraparte di me: “Allora, neanche una battuta folgorante, un bel incipit, qualcosa insomma che colpisca in un attimo la fantasia del lettore”. L’altraparte replicava invece con nonchalance: “Si capisco, potrebbe essere un buon modo per coinvolgere, ma non è necessariamente l’unico; dai se attendi un pochino, tra qualche riga racconteremo una storiella divertente”. La parte che aveva interloquito per prima, continuava incalzando: “Sai bene quanto me, che le tre righe iniziali sono quelle decisive per catturare l’attenzione, chissà quanti stanno già pensando di abbandonare la pagina in questo momento. E poi le statistiche dicono che …” Il tono rassegnato, segnalava l’atteggiamento di chi si sente deluso, trasmetteva la sensazione di una sconfitta annunciata.
Di cosa stiamo parlando? Il breve dialogo “interno” tra le nostre diverse parti, è un micro-esempio di come con grande facilità si possono costruire dentro di noi sensazioni autoreferenziali, che interpreteremo invece come eventi tangibili. Convinzioni, credenze, ricordi, condizionamenti, schemi culturali, plasmano quel tessuto che supporta in modo apparente e precario, ciò che viviamo come realtà. Il risultato che si otterrà da tale atteggiamento, sarà l’insorgere di un disagio psicologico. Gli accadimenti diventano il più delle volte, solo un pretesto utile per rafforzare potenti convinzioni limitanti, li intendiamo cioè come se fossero dati oggettivi, non modificabili e non come mere suggestioni che si autorealizzano. E per le risposte che riceviamo non in linea con le nostre credenze, il nostro inconscio automaticamente le cancella o le distorce. Per dirla con le parole del grande filosofo tedesco Hegel: “Se i fatti non concordano con la teoria, tanto peggio per i fatti”.
Ma sentite a tal proposito un bizzarro aneddoto, illuminante nella sua semplicità ed efficacia, che ha come protagonista Pablo Picasso.
Il celebre pittore, sta viaggiando in treno verso la capitale francese. Sul sedile accanto al suo è seduto un ricco collezionista americano. L’uomo riconosce l’artista e lo interpella. “E’ il Signor Pablo Picasso?” “Si” dice Picasso. L’americano gli pone subito una domanda piuttosto singolare. “Senta, mi scusi se glielo chiedo, ma perché non dipinge le persone come sono veramente?”. “Prego?” dice Picasso. “Voglio dire se guardo i suoi quadri, non mi sembrano veri, reali. C’è un occhio in mezzo alla fronte, un naso al posto dell’orecchio. E’ tutto sbagliato, è ridicolo, non è realistico. Questa non è arte” “Non capisco” dice Picasso. “L’arte dovrebbe riflettere la vita, dovrebbe essere come uno specchio per la natura. Insomma lei dovrebbe dipingere le persone come sono veramente”. “Continuo a non capire” dice Picasso. “Okay, ora le dimostrerò a cosa mi riferisco”. Tira fuori il portafoglio dalla giacca, lo apre e prende una foto. “Guardi” dice. “Questa è mia moglie, lo vede, è così che è fatta veramente”. “Oh, adesso capisco” dice Picasso con espressione seria. “Sua moglie è sottilissima e alta circa dieci centimetri”.
Va bene potrebbe dire qualcuno, cosa vuoi intendere? qual è il senso?
Alzate leggermente lo sguardo in cima alla pagina e osservate la foto. Supponiamo per un momento che la barca rappresenti la vostra persona, il vostro mondo. La scena fotografata raffigura invece come dovrebbe essere la vostra esistenza se fosse splendida. Ora probabilmente nel processo di continua trasformazione evolutiva dell’universo, vivremo sicuramente per qualche istante, anche quel tipo di situazione. Ma per la maggior parte del tempo gli eventi saranno mutevoli, discontinui, come risponderemo alle ricorrenti “sorprese” della vita? Lamentandoci per ciò che sembra mancarci e sognando di poter rifugiarci in quel tipo di rappresentazione?
Se avete un pizzico di pazienza, nel prossimo post sveleremo alcuni interessanti aspetti e utili riflessioni per continuare il nostro percorso.
Nel frattempo merci e bon voyage.
Marius

One Reply to “Piccole leggende chiamate realtà”
Bonjour Marius
Ho trovato l’aneddoto di Picasso sconvolgente, portandomi in una dimensione che di surreale mostra solo una mente limitata dalle convinzioni. Attendo con gioia il prossimo articolo che potrà sicuramente aiutarmi a dispiegare le vele della mia barca, per approdare in nuovi porti e nuovi PAESAGGI!