Provate a immaginare un periodo della vostra vita irto di difficoltà, dove imprevisti e ostacoli diventano la regola quotidiana. Vi sentite come pervasi da continui avvenimenti spiacevoli. E tutto questo, non accade solo in un ambito specifico, ma è diffuso un po’ in tutti gli aspetti della vostra esistenza. Ecco allora emergere quell’osservazione latente che attendeva il suo momento per comparire. Iniziate infatti a pensare: “Questo è il Fato avverso (Destino sfavorevole), è il Karma negativo che ho accumulato”. La sensazione che avvertite è quella di combattere con forze che appaiono più grandi di voi, vi sentite in balia delle circostanze e vi sembra di non potere fare nulla, ciò che provate è un misto di frustrazione, rassegnazione e vittimismo.
Cambiamo scenario, immaginate ora una fase della vostra vita dove la maggior parte delle vostre situazioni procede molto bene. Gli avvenimenti funzionano in modo autonomo e scorrono con fluidità. Avvertite un senso di benessere, tranquillità, vi sentite lucidi e sicuri di voi stessi, sapete perfettamente come agire, le situazioni sembrano svolgersi con grande naturalezza. Ecco affiorare in quella circostanza un altro concetto nascosto, che attendeva il pretesto per manifestarsi. La riflessione che esprimete, un po’ compiaciuti, è: “Sento di essere io a decidere del mio destino, sono il capitano della mia vita…”
L’essere umano tipicamente alterna, a seconda delle situazioni che sta fronteggiando, uno dei due atteggiamenti descritti, ritenendoli di volta in volta veritieri. Ma come stanno in realtà le cose? Quale meccanismo segreto costringe gli eventi che affrontiamo, ad andare in una certa particolare direzione? E soprattutto perché risulta così importante per noi saperlo?
Cominciamo col precisare alcune cose che risultano poco chiare. Tendiamo ad esempio a considerare la mente come un elemento monolitico che rappresenta il nostro sentire e il nostro essere in maniera alquanto costante. In realtà nel nostro sistema agiscono ben 4 centri definiti e autonomi. Abbiamo il centro che controlla le funzioni intellettuali, quello che supervisiona le funzioni emotive, il centro che sovraintende le funzioni istintive e quello che governa le funzioni motorie. Il principio fondamentale è che ciascuno di questi centri ha una propria memoria, una peculiare immaginazione e una specifica volontà. Di volta in volta ognuno di essi diventa il responsabile di tutto il sistema governandolo, prendendo decisioni che entrano però spesso in conflitto con le scelte disposte dagli altri centri. Un tipico esempio è lo stabilire e valutare qualcosa decidendo in un primo tempo di avanzare seguendo una procedura, ma agire più tardi in maniera completamente opposta. Questo modo di fare può generare facilmente un blocco della funzione decisionale e provocare in noi atteggiamenti incongruenti. Per funzionare adeguatamente il sistema umano, ha necessità che tutte le sue parti agiscano attraverso una condizione univoca. Questa risposta comune e armonica fallisce perché viene influenzata dal fatto che il sistema nel suo complesso risulta “addormentato”.
Il comportamento della maggior parte degli esseri umani è infatti il frutto di un ampio numero di schemi mentali limitanti, reiterati grazie anche ad una enorme massa di pensieri, perlopiù ripetitivi e superflui (circa sessantamila al giorno, 42 al minuto) che servono unicamente a promuovere e legittimare gli interventi disfunzionali dell’ego.
Per fare un esempio, Il linguaggio utilizzato dalle persone si esprime spesso attraverso frasi convenzionali, modi di dire che rappresentano un atteggiamento giudicante, influenzati da stereotipi socialmente accettabili. Le persone riproducono tali parole, pensieri e azioni in modo automatico, senza essere coscienti di modellare la realtà secondo schemi fortemente limitanti. Il fine delle persone è la ricerca spasmodica e perenne di situazioni che siano gratificanti per la parte egoica. Lo sforzo nell’inseguire tale pseudo-benessere, interrompe quindi la concreta volontà di attenzione su ciò che accade momento per momento dentro e fuori di noi. Come spiega bene E.J. Gold quando afferma: “Dobbiamo capire che non è il mondo a essere un’illusione, ma la nostra identificazione con il mondo fenomenico, mantenuta dai Tre Grandi Nemici: attenzione vagante, distrazioni e seduzioni”.
Per comprendere a questo punto il significato del quesito iniziale, dobbiamo partire da un fondamentale presupposto: l’universo opera sul comportamento umano come se fosse un gigantesco specchio. Tende a rimandarci specularmente, attraverso eventi simbolicamente analoghi, ogni singola intenzione che formuliamo (non solo le azioni quindi!). Nel fare ciò applica però una precisa particolarità: la sua reazione non è sincronica ma differita nel tempo. Questa caratteristica crea l’apparente impossibilità per il segmento cosciente, di collegare quale episodio, tra le miriadi di eventi del proprio agire, ha scatenato la suddetta risposta. Ma attenzione, altre nostre parti come l’inconscio, il sé interiore e l’anima sono perfettamente consapevoli di ciò che si sta compiendo. Tentano di avvertire e scuotere la parte cosciente tramite sensazioni di disagio, di insoddisfazione o sofferenza. Ma invano, essa purtroppo non risponde perché ancora profondamente addormentata. Ecco quindi una situazione paradossale, siamo effettivamente i fautori del nostro destino, ma a causa del nostro ignorare le intenzioni problematiche e contraddittorie che noi stessi mettiamo in atto (convinti ad esempio di indirizzare nostre energie verso altre persone) otteniamo viceversa risultati inaspettati, che interpretiamo erroneamente come punizioni. Ma come acutamente osservava C. G. Jung: “Ciò che non vogliamo sapere di noi stessi, finisce con l’arrivare dall’esterno sotto forma di destino”.
Si pone ora almeno per alcuni di noi, urgente la domanda: E’ possibile fare qualcosa? Possiamo con i nostri limitati mezzi emendare tali risultati?
L’operazione Non è senza dubbio facile, ma risulta possibile, a patto che la si affronti con grande impegno e mente aperta, sapendo che tale lavoro richiederà tempo e una trasformazione profonda del nostro agire e della nostra essenza.
Del resto decidere di non fare nulla, ci offre come unica alternativa una profonda e persistente infelicità.
L’inizio del cambiamento
Forniamo di seguito alcuni elementi utili per iniziare a trasformare il nostro modo di percepire le situazioni e noi stessi. E’ bene ricordare il principio per cui “Tutto ciò a cui prestiamo attenzione diventa la nostra realtà”.
Essere Presenti: La capacità di dare attenzione all’ambiente circostante e dentro di noi. Essere coscienti di ogni gesto, movimento, parole, evitando di allontanarci con i pensieri, ma percependo ciò che accade istante per istante.
Attenzione Divisa: Diventare consapevoli di ciò che accade intorno a noi, percependo contemporaneamente ciò che proviamo al nostro interno. Dovremmo osservare l’ambiente e ciò che avvertiamo dentro di noi, da una prospettiva esterna, distaccata, come se fossimo dei semplici osservatori. Diventa un esercizio importante e istruttivo osservare in questo modo i propri comportamenti (esempio: sei cosciente di parlare in maniera automatica e inutilmente?). Le risposte emotive che ne scaturiscono, portano alla luce di volta in volta sfumature poco conosciute di se stessi. Infatti uno dei principali ostacoli al “risveglio” è proprio il processo di identificazione. Inoltre imparare a osservare se stessi come se si fosse un’altra persona facilita le percezione degli altri senza pregiudizi. Un altro meccanismo molto potente che si forma nell’identificazione è l’aspettativa, un elemento psicologico condizionato dalla risposta egoica. L’aspettativa infatti crea una connessione di attesa subordinata alle persone, alle cose e alle situazioni, perdendo di vista la capacità di cogliere ciò che sta effettivamente accadendo.
Domande: Periodicamente durante il giorno si possono formulare delle domande che aiutano a tornare all’istante presente, Le domande ci permettono inoltre di affinare i nostri cinque sensi, avvertendo una sensazione di appagamento nel considerare cose che prima potevano apparire banali: Cosa sta accadendo in questo momento? Dove è immersa la mia attenzione? Cosa sto Guardando? Odorando? Toccando? Ascoltando? Pensando adesso?
Giudizio: E’ un altro formidabile ostacolo al risveglio. Non ci permette di percepire le cose così come sono, sia su se stessi che sugli altri. Per abbandonare il giudizio è necessario imparare ad abbracciare un senso di gratitudine. Ciò permette di sviluppare in noi la pace e la gentilezza, accrescendo la nostra saggezza.
Emozioni: Quando sorge una sensazione emotiva è possibile distinguere due fasi distinte. Nella prima fase si manifesta l’emozione (ad esempio la rabbia). Nella seconda fase viene attivato il giudizio mentale. Per gestire adeguatamente e liberarsi da questo meccanismo, diventa fondamentale osservare (senza tentare di bloccare o trasformare), soffermandosi in quel breve istante in cui la mente non è ancora entrata nella fase del giudizio. In questo modo l’emozione si tramuta.
Per concludere questa intensa trattazione, ecco una illuminante storia zen: Un uomo andò da un contadino (che era anche un maestro Zen) e gli chiese se poteva avere un lavoro, al che il maestro rispose: “Ti darò un lavoro, ma non ti pagherò. Cosa vuoi veramente?” L’uomo rifletté per un momento, poi disse: “Beh, ho bisogno dei soldi, non del lavoro”. Il maestro rispose: “Ti darò i soldi, ma non potrai spenderli. Cosa vuoi veramente?” L’uomo girò la testa di lato, non capendo dove volesse andare a parare il maestro. “Voglio comprare del cibo”, disse l’uomo. “Va bene, ti darò del cibo, ma non potrai mangiarlo”, disse il maestro. “Cosa vuoi davvero?” L’uomo inspirò profondamente, sentendosi frustrato e confuso, poi si sedette e rifletté con maggiore impegno. Infine, guardò di nuovo il maestro con un rinnovato livello di consapevolezza. “Se avessi lo stomaco pieno, potrei finalmente rilassarmi, sentirmi al sicuro, stare bene con me stesso e semplicemente godermi la vita”, disse l’uomo. “Quindi credo che ciò che voglio veramente sia autostima e pace.” “Ah”, disse il maestro Zen, annuendo in segno di assenso. “Purtroppo non posso dartelo, perché lo hai già dentro di te.”
“Se capiamo che il mondo è uno specchio della nostra mente e che le stesse difficoltà si ripetono con leggere variazioni fino a quando non le abbiamo eliminate, allora avremo le idee chiare sul percorso e sulla meta”. Lama Ole Nydahl
Mario Carulli
