Viviamo in un’epoca di miti persistenti, uno di questi è l’intelligenza o meglio, l’idea stravagante che ne è poi derivata. Molte situazioni, cose e persone sembrano essere a un tratto diventate “smart”, generando spesso atteggiamenti autocelebrativi.
All’inizio del ‘900, i pionieri della psicologia definirono le condizioni di una condotta intelligente: Un atteggiamento che indicasse comprensione, direzione, invenzione e critica (oltre alla capacità di adattamento a nuovi contesti e l’abilità nel modificare tale disposizione in presenza di ostacoli). Dopo oltre un secolo, i molteplici principi sembrano dissolti, ciò che rimane è l’attitudine alla critica.
Una credenza molto potente sostiene infatti che la persona segnala la sua superiorità mentale attraverso la sua capacità di valutazione. Una prima riflessione fa emergere però una particolarità: Facendo notare errori e carenze altrui, l’individuo trasmette intrinsecamente il suo essere più abile, dotato, in qualche modo più intelligente nel gestire quella determinata situazione. Nell’interazione umana, discussioni interminabili vertono costantemente su questo tema, vince (la regola è quella di imporsi a tutti i costi), chi dimostra maggiore abilità nel soverchiare l’interlocutore, eliminando completamente un autentico e indispensabile confronto costruttivo.
Una seconda riflessione è legata al significato della critica. Essa si pone come un giudizio, più specificamente come un pre-giudizio. In un meccanismo perverso, colui che viene criticato, a sua volta critica in un loop senza fine. Nell’attuale visione esasperata di molte persone, la diversità di opinione risulta pericolosa, inaccettabile, se l’altro dovesse prevalere, questa è la fantasia dominante, la propria immagine sociale ne risulterebbe sminuita o screditata.
Ma arriviamo finalmente al nucleo del discorso. Il nostro sistema mentale produce mediamente sessantamila pensieri nell’arco delle 24 ore. La maggior parte di essi (almeno il 90%), sono in effetti prodotti di scarto, elementi superflui, ridondanti, insomma pattume. E’ qui che si raggiunge un culmine devastante, la nostra capacità intellettiva viene interamente assoggettata all’ego, per giustificare o difendere qualsiasi corbelleria concepita dalla mente. Il motto del sistema è: Se l’ho pensato vuol dire che è vero. Verifiche, prove tangibili, riscontri obiettivi, banale buon senso, non sono previsti, il sistema si autoassolve sempre.
Il processo dell’intelligenza non può svolgere le funzioni per cui è stata creato (come vedremo in seguito), deve eseguire costantemente sotto il controllo dell’ego, l’umiliante lavoro di rendere legittimi, plausibili, atteggiamenti e comportamenti che sono il frutto di fisime, ansie, ossessioni, inquietudini, errori madornali e così via.
Bene, mentre smaltite queste informazioni ecco una deliziosa storiella che può far riflettere.
Un sant’uomo sta passeggiando lungo il fiume. I suoi pensieri sono completamente rivolti allo studio e alla preghiera, il suo desiderio più grande è di elevarsi fino a raggiungere la perfezione. Mentre recita le sue orazioni, sente in lontananza sull’altra riva, la voce di un uomo che sta recitando ad alta voce la stessa preghiera, ripetendo le parole però nell’ordine sbagliato. Egli sa che per ottenere la grazia, il paradiso, è fondamentale recitare correttamente la sequenza del mantra. Decide allora di fare una buona azione, prende una barca per raggiungere l’altra riva e aiutare il pellegrino. Mentre sta sulla barca rimugina su un pensiero a cui ritorna di frequente, che vi sia bisogno di elevatissimi livelli di santità per poter riuscire a camminare sull’acqua. Magari insistendo pervicacemente nel perfezionamento, nella dedizione, compiendo atti di bontà, come quello di aiutare i fratelli meno dotati, l’impegno nell’essere in effetti una persona altamente spirituale potrebbe…
Arriva sull’altra sponda e trova un uomo che vive in una grotta, come un eremita. Con pazienza e disponibilità, gli spiega dell’errore nella recitazione del mantra. L’eremita ringrazia il maestro, è grato per aver ricevuto la possibilità di apprendere, lui è un uomo semplice e ha difficoltà nel ricordare correttamente le lunghe sequenze della preghiera. I due si salutano e il sant’uomo riprende soddisfatto la barca per tornare sull’altra riva. A metà del percorso si sente però chiamare, si volta e vede che l’eremita lo sta raggiungendo, camminando sulle acque.
Egli lo raggiunge e scusandosi molto chiede al sant’uomo se può ripetere ancora una volta la corretta successione del mantra, perché ha fatto nuovamente confusione!
E’ legittimo a questo punto chiedersi: Come si possono segnalare errori altrui senza dover essere necessariamente critici? Qual è l’autentica funzione dell’intelligenza, che permetta di uscire infine dal meccanismo della ruota del criceto?
Questo e molto altro verrà descritto nella seconda parte di questo articolo, martedì prossimo.
“Forse tutto quello che di terribile c’è in noi è, nel più profondo del suo essere, qualcosa di indifeso che chiede il nostro aiuto”
Rainer Maria Rilke
Vi ringrazio per la vostra sensibilità e la voglia di fare scoperte.
Marius
